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I vostri commenti
Avete scelto di realizzare una pellicola a basso costo, in un dialetto tanto inusuale da dover essere tradotto per il pubblico italiano, e su un tema di forte impatto sociale. Malgrado tutto avete avuto successo. E' stata una scelta calcolata o vi ha guidato l'istinto?

Mah, forse a questo non si deve guardare in bianco o in nero: c'è stato istinto e c'è stato calcolo. Alla base di tutto c'è una grande voglia di raccontare quello che abbiamo raccontato, ma certo il progetto è anche risultato di una riflessione. Non però in funzione di un successo che nessuno poteva aspettarsi in queste dimensioni; semplicemente, lavorando una materia così nuova, sapevamo che stavamo giocandoci una chance di fare qualcosa di inusuale per il cinema italiano, oggi votato all'omolgazione dei piccoli sentimenti o, peggio, all'ingessatura del goffo drammone retorico. E sapevamo che uscendo dai canoni non potevamo certo passare inosservati.

Era difficile fare cinema a Bari quando avete iniziato?

Bari era terra vergine per il cinema, e questo per noi è stato un bene ma anche un male, perché se molti si sono entusiasmati al nuovo, offrendo collaborazione anche materiale, qualcun altro, inevitabilmente, ha mostrato diffidenza.

Fra le vostre esperienze cinematografiche precedenti c'è un documentario sul quartiere più degradato della città (il San Paolo). Questa volta, invece, avete scelto di riprendere la zona sud, vicino al mare (che si vede e non si vede) luogo di accoglienza per gli sbarchi dei clandestini e contrabbandi di ogni tipo. Volevate raccontare di più l'aspetto di Bari come città di frontiera?

Sì, questo è un punto fondamentale del nostro lavoro. Il viaggio tra l'est e l'ovest europei ha Bari come tappa obbligata. Questa era un'ottima base di partenza per organizzare le idee.


Ne "La capagira" l'esaperazione del linguaggio e dei toni non sfocia in conclusioni tragiche, ma vira piuttosto verso conclusioni surreali o comiche, Vista anche la presenza di tanti attori non professionisti, pensate di inaugurare una sorta di "neo-neorealismo comico"?

Pensavamo solo ad inaugurare noi stessi in maniera originale. Tutto il resto, ci dicevamo, lo faranno i media. Ma, al di là di questo che solo in parte è scherzo, individuati i personaggi che volevamo raccontare, la materia si è forgiata da sola. Ci siamo riservati uno spazio interpretativo, certo, ma la realtà di Bari si allontana poco dal nostro film. Per le strade si può ridere e piangere contemporaneamente.

Nel film i personaggi sembrano appena abbozzati, comunicano tra loro usando quasi frasi idiomatiche. Questa mancanza di introspezione è una scelta stilistica?

Sì, è frutto di un modo di guardare le cose. Se un uomo della vita reale può permettersi di non avere alcuno spessore apparente, ci si domanda perché dovrebbe averne uno il personaggio che lo rappresenta.

Qui naturalmente entra in gioco l'uso del dialetto. Era una necessità espressiva o volevate inventare un linguaggio "altro", diverso da quello solito del cinema italiano?

Abbiamo inteso questa scelta come una provocazione sul modo di recitare che ha appiattito il nostro cinema recente. Un tempo la lingua aveva un ruolo omogeneizzatore, ci riferiamo all'Italia postbellica alla ricerca di un'identità. Ci pensavano le storie e i personaggi ad essere estremi, tant'è che certi attori stranieri erano credibili persino nei panni dei proletari meridionali. Ora quella lingua studiata a tavolino, praticata sui palcoscenici e negli studi di doppiaggio, accuratamente sterilizzata, raggiungendo il suo vecchio scopo è diventata inattuale. Se a questo si aggiunge che oggi i personaggi e i loro bisogni, le storie che vediamo raccontate sono meno incisive perché la realtà che ci siamo elaborati attorno è come omogeneizzata (anche nelle ossessioni), diventa facile tirare le somme. Occorre lavorare duramente con gli attori per cavarne un senso di verità - di verità che eserciti fascino s'intende -, e una delle chiavi, secondo noi, sta appunto nel linguaggio.

Per l'uscita del film, avete messo in piedi un'accurata operazione promozionale con un sito web (www.lacapagira.com) in cui è addirittura possibile vedere una versione del film. Investimento pubblicitario, fiducia nelle nuove tecnologie o - confortati dal successo - necessità di confronto con quanto più pubblico possibile?

Abbiamo pensato che è molto importante instaurare un rapporto con il pubblico, anche oltre la semplice visione del film. Non riteniamo di avere raggiunto il nostro scopo quando riusciamo a portare la gente al cinema. Almeno non integralmente. Ci piace capire che cosa è rimasto negli spettatori, nel bene e nel male, e un discorso del genere, al giorno d'oggi, passa attraverso Internet. Per questo abbiamo pensato di allestire un sito che desse informazioni sul film e che soprattutto consentisse a chiunque di interagire con noi, lasciando messaggi, dando pareri o dialogando direttamente con il regista, gli attori, lo sceneggiatore. All'indomani dell'uscita romana la Proforma (la società che si è occupata del lancio pubblicitario de LaCapaGira) ha organizzato una chat in cui il pubblico ha potuto dialogare in tempo reale con me, mio fratello e l'attore Dino Abbrescia. E' stata una bella esperienza, che certamente riproporremo. Certo questa visione del rapporto con il pubblico è un investimento oneroso in termini di tempo, ma credo che ne valga la pena.


A cura di Bianca Borrelli
http://www.omero.it



altra intervista (per chi? Boh.):


LaCapaGira… la metafora sembra facile… si pensa al senso di vertigine, ma forse c'è di più…

A Bari, città la cui parlata è molto cruda, attaccata al contingente, la capa gira è una delle espressioni più eteree che ci siano, si utilizza quando si vuole esprimere un concetto esistenziale, una cosa psicologica. La capa gira quando sei proprio al limite, su tutto.


Al limite estremo, al confine. Bari ancora una volta frontiera. In conferenza stampa dicevi che ti ha molto colpito che una giornalista messicana ti abbia detto che la tua Bari le ricordava la sua Mexico City…

In effetti la cosa mi ha affascinato, ma era prevedibile. Di Bari questo film non mostra certo immagini da cartolina. A me interessava il lato oscuro della città, perché il cinema che piace a me deve raccontare allo spettatore qualcosa che lui non sa, non vede o non vuole vedere. In questo senso, la periferia è un autentico tesoro. E le periferie cittadine si assomigliano tutte. Per questo quella giornalista messicana ha trovato nel mio film qualcosa di familiare.


L'immagine di Bari prende forma dal tuo sguardo e dalla mano di tuo fratello: qual è stato il tuo rapporto con la sceneggiatura? (Tu hai avuto anche un percorso da sceneggiatore, e il premio Solinas…)


Tieni presente che lui ha lavorato su parametri che avevamo individuato insieme, e che durante il suo lavoro ci confrontavamo continuamente. Andrea è stato molto duttile, ha avuto la capacità di riflettere serenamente sul copione, in particolare sui dialoghi. Eravamo in due ad offrire qualcosa: lui aveva una maggiore esperienza diretta delle discussioni che normalmente hanno luogo nei locali notturni, negli ambienti periferici della città, mentre io avevo più chiara l'idea di quello che si potesse fare a livello di ritmo della narrazione. Abbiamo messo insieme le due competenze. Credo infatti che alcuni dialoghi del copione siano veramente buoni, restituiti da un reale… possibile per così dire, alla pagina bianca. Molti film citano altri film piuttosto che la realtà. Mio fratello era in qualche modo la nostra testa di ponte, perché sulla sua pelle si sono davvero registrate alcune delle storie di LaCapaGira, poi romanzate inventate e colorate, ma…



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